Investimenti infrastrutturali determinanti contro la crisi

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Investimenti infrastrutturali determinanti contro la crisi

«Chi più spende meno spende», recita il detto popolare. Naturalmente a patto di averli, i soldi da spendere.Il fatto è che l’Italia, anche quando ha le risorse per realizzare materialmente le infrastrutture, riesce ad accumulare ritardi enormi. Finendo per rimetterci così un sacco di soldi.Un esempio? Soltanto un anno di ritardo nel gigantesco piano di infrastrutture previsto dalla Legge obiettivo (114 miliardi di euro la spesa prevista) farebbe accumulare una perdita per l’economia italiana di 3 miliardi, comportando per tutto il periodo considerato (dal 2007 al 2020) un «costo» per il Paese di qualcosa come 41,7 miliardi: 177 milioni per ogni giorno perduto.

Ovvero, una somma che sarebbe sufficiente a fare dieci chilometri di autostrada. In 13 anni, a causa dello slittamento di appena 12 mesi, sfumerebbero 354.800 posti di lavoro. Più di 25 mila ogni anno. Questo calcolo è contenuto in uno studio sui costi dei ritardi infrastrutturali dell’Italia elaborato da Giuseppe Russo, docente del Politecnico di Torino, con Michele Belloni e Pier Marco Ferraresi, in collaborazione con il centro studi dell’Ance, l’Associazione dei Costruttori che l’ha commissionato. Un calcolo complesso, che prende in considerazione l’impatto totale sull’economia di un simile investimento, valutabile secondo gli autori in 312 miliardi di euro (compresi gli effetti indiretti e quelli sull’indotto).

Nel solo Nord Ovest, tenendo conto delle opere infrastrutturali programmate fra il 2007 e il 2013 (52 miliardi e mezzo la spesa prevista), lo slittamento di un anno produrrebbe un costo di 17 miliardi. Di analoga entità risulterebbe il peso per l’economia italiana se il piano Anas 2007-2011 dovesse accusare un anno di ritardo: in questo caso il «vuoto di produzione», come lo definiscono gli autori dello studio, ammonterebbe a 16,7 miliardi fra costi diretti, indiretti e dell’indotto. Russo e i suoi collaboratori sostengono che se la nostra dotazione infrastrutturale fosse paragonabile a quella della Francia il Prodotto Interno Lordo italiano potrebbe migliorare a un ritmo dello 0,37% l’anno. Se fosse come quella dell’Austria, il tasso di crescita economica sarebbe più alto dello 0,22% l’anno. Paragonata al Belgio, ci farebbe crescere di mezzo punto in più ogni anno. Al Regno Unito, dello 0,23% All’Olanda, dello 0,31%.

Una situazione che conferma le preoccupazioni contenute in un altro documento reso noto ieri insieme a una indagine condotta fra 133 testimoni privilegiati dall’Ispo di Renato Mannheimer per la Banca infrastrutture innovazione e sviluppo guidata da Mario Ciaccia, secondo la quale gli investimenti in opere pubbliche potrebbero rivelarsi determinanti per contrastare la crisi.

Si tratta di un aggiornamento dello studio già noto di Intesa San Paolo sulle infrastrutture, che lamenta ancora una volta l’esiguità delle risorse messe a disposizione pure quest’anno dal governo rispetto a quelle che servirebbero per recuperare il terreno perduto. Tanto più perché «l’elenco delle opere incorpora grandi lavori che difficilmente saranno avviati prima della fine del 2009».

 

 

Tratto da Il Corriere della Sera di Sergio Rizzo (27/5/2009)